Decostruzione come volontà di abbandonare tutte le strutture. Essenzialità la parola che meglio la descrive. La materia il nostro modo di rappresentarla.

Che si parli di fashion style, di architettura, di arte o di umanesimo, la decostruzione è l’atteggiamento mentale di rifiuto degli insegnamenti con cui siamo cresciuti, il progressivo annullamento dei canoni fondamentali e la necessità di aprire la gabbia degli schemi mentali per far volare la propria capacità di espressione verso confini inesplorati.

Ce lo hanno insegnato i fashion designer quando hanno abbandonato le rigide strutture degli abiti per lasciare spazio alla libera forma di tagli e linee sartoriali. Ce lo ha insegnato Picasso quando ha rotto il paradigma rinascimentale di verosimiglianza nella prospettiva dando vita al cubismo. Ce lo ha insegnato Zaha Hadid e altri architetti del medesimo spessore quando nel 1988 hanno esposto progetti apparentemente dominati dal caos, dove ogni regola è stata smontata e ha perso di ogni valore.

Folli? No!
Anticonformisti? Forse!
Liberi? Si!

Decostruzione… di che cosa?

Il decostruzionismo nasce dal bisogno di rifiutare il sistema così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi. Portandovi di nuovo per qualche minuto sui banchi di scuola mi sembra doveroso farvi un po’ di teoria, rapida e indolore sul significato del termine: la decostruzione di Derrida (promotore di questa filosofia) non coincide mai con una distruzione, semmai con un processo di smontaggio finalizzato a una comprensione più profonda e consapevole della costruzione stessa perché capace di portare alla luce quelle scelte ed opzioni, ma anche quelle fratture, cesure e censure, denegazioni, inganni e non detti, che la “costruzione costruita” tende a non riconoscere e spesso nascondere.

Il decostruzionismo non deve intendersi come un gesto distruttivo: distruggere significa annientare, far scomparire, rovinare in modo irreversibile. Decostruire significa invece capire come un insieme è stato costruito, smontarlo per ogni sua singola unità e infine… ricostruirlo. La de-costruzione non è solo, come il suo nome sembra significare, la tecnica della costruzione alla rovescia. In senso metaforico, la decostruzione si configura come una sorprendente sollecitazione a non fermarsi al già saputo… al rispetto della prospettiva nella pittura, alla struttura ingessata dell’abito, al binomio forma-funzione delle realizzazioni architettoniche… a quella tradizione di pensiero che, sebbene gloriosa, rischia di essere considerata un idolo… e come tale imbrigliare il processo di cambiamento.

Io sono LEGO

Proviamo a mettere nelle mani di un bambino una scatola di costruzioni LEGO con il foglietto delle istruzioni. Le prime volte sarà in grado di realizzare la costruzione perfetta, ma cosa succede se gli neghiamo le istruzioni? Cosa succede se lo lasciamo libero di creare?

Per i giocattoli si chiamano ‘istruzioni’, a tavola si chiama ‘galateo’, nella vita reale ‘regole di buona educazione’. Le regole sono fatte per essere comprese ma poi decostruite. Come il bambino di fronte ad una scatola di LEGO: prima impara le istruzioni, ma una volta capito l’approccio deve permettersi di dimenticarle. Solo così avrà la possibilità di creare e pensare libera-mente, montando e smontando in continuazione le “istruzioni”, costruendo e decostruendo in continuazione il suo personale L-EGO.

La decostruzione è la nostra vera forza interiore, la costruzione la nostra ricchezza.
La decostruzione è la nostra capacità di mettere tutto in discussione, di permettere al lupo di soffiare su ciò che abbiamo costruito, di concedere agli altri di minare le nostre consapevolezze, di accettare le critiche costruttive senza permalosità e di sfruttarle come opportunità di crescita, rimettendosi in gioco a qualsiasi età.

Decostruire significa riconoscersi come materia, dalla quale tutto ha origine: essenza.

Non siamo strutture, non siamo regole. Se ci riconosciamo come materia abbiamo la possibilità di muoverci all’interno delle regole, di accoglierle e addirittura crearne di nuove. Ma per poter fare tutto ciò dobbiamo avere noi la forza di vivere senza di esse, semplicemente… libera-mente.

Io sono LEGNO

Ecco come noi abbiamo scelto di essere materia.

“E’ cosi che sono diventato legno, non ho più la pretesa di essere albero, perché come il legno io sto invecchiando e sto raccontando il tempo lento che mi segna e mi da vigore, perché come legno accetto che a colorarmi siano le stagioni e non la vernice che mi nasconde e mi limita nei movimenti. Sono legno perché mi piego al vento delle emozioni, sono legno perché quello stesso vento un giorno mi spezzerà.
Sono legno perché sto diventando sempre più diffidente nei confronti di tutto quello che viene fatto per me, per il mio bene e per migliorarmi la vita, sono legno perché so di avere dei limiti, ho bisogno del mio tempo per crescere, perché crescendo maturo, non ho una misura perché a differenza dell’acqua non mi posso adattare ad ogni contenitore e dell’acqua non mi gonfio per sembrare più bello perché ho già capito che quando poi mi asciugo ritorno ad essere ciò che veramente sono.
Io sono legno perché ho capito che nella vita solo se si è
materia si capisce l’essenza delle cose e anche se sono consapevole che è più semplice assecondare una regola piuttosto che coltivare un’utopia.”

Paolo Armenise